Da cosa dipende la retinite pigmentosa? Cause e diagnosi

26 luglio 2026

Illustrazione dell'occhio e della retina, con dettagli su coni e bastoncelli. Le cause della retinite pigmentosa sono legate a difetti in queste cellule.

Indice

Quando compaiono difficoltà a vedere al buio o inciampi frequenti negli ambienti poco illuminati, la domanda sulle cause della retinite pigmentosa diventa immediatamente concreta. Questa patologia non dipende da un semplice affaticamento degli occhi: nella maggior parte dei casi nasce da varianti genetiche ereditarie che danneggiano progressivamente i fotorecettori della retina. Capire il tipo di trasmissione, gli esami utili e l’eventuale presenza di una forma sindromica aiuta a orientare meglio controlli, consulenza genetica e gestione quotidiana.

La retinite pigmentosa nasce soprattutto da alterazioni genetiche della retina

  • Origine principale: varianti patogene in uno dei numerosi geni necessari al funzionamento dei fotorecettori.
  • Ereditarietà: può essere autosomica dominante, autosomica recessiva, legata al cromosoma X o, più raramente, digenica.
  • Geni ricorrenti: RHO, USH2A e RPGR sono tra quelli più frequentemente associati alla malattia.
  • Assenza di familiarità: non esclude la diagnosi, perché molti casi sono recessivi, isolati o dovuti a una variante nuova.
  • Accertamento: visita retinica, campo visivo, elettroretinogramma, OCT e test genetico possono chiarire il quadro.

Schema delle cause della retinite pigmentosa: stress ossidativo, danno mitocondriale e infiammazione portano alla disfunzione cellulare.

La causa di fondo è genetica, ma non esiste un solo gene responsabile

La retinite pigmentosa, abbreviata in RP, è un gruppo di distrofie ereditarie che colpiscono la retina, cioè il tessuto sensibile alla luce situato nella parte posteriore dell’occhio. Le varianti genetiche alterano la struttura, il metabolismo o la manutenzione di bastoncelli e coni, le cellule che permettono rispettivamente la visione in penombra e la visione diurna a colori.

In genere i bastoncelli si deteriorano per primi. Per questo il segnale iniziale più tipico è la cecità notturna, spesso evidente già nell’infanzia o nell’adolescenza. Con il tempo può restringersi il campo visivo periferico, mentre la visione centrale tende a essere coinvolta più tardi, anche se il ritmo varia molto da persona a persona.

Le conoscenze genetiche hanno ampliato notevolmente il quadro. Sono note varianti patogene in oltre 130 geni, tra cui RHO, USH2A e RPGR. Secondo MedlinePlus Genetics, una causa genetica identificabile viene trovata in circa il 50-80% dei casi, mentre negli altri il test può non individuare ancora la variante responsabile.

Questo risultato non significa necessariamente che la malattia non sia ereditaria. Può indicare che il gene coinvolto non è ancora noto, che la variante è difficile da rilevare o che il test utilizzato non copre quella specifica regione del DNA. È un limite tecnico e biologico, non una prova contro la diagnosi.

Come può trasmettersi nella stessa famiglia

Il modo in cui la RP passa da una generazione all’altra dipende dal gene coinvolto. La stessa diagnosi clinica può quindi avere rischi familiari molto diversi. Per questo non considero sufficiente chiedere soltanto se “qualcuno in famiglia ha problemi di vista”: serve ricostruire l’albero genealogico e, quando possibile, identificare la variante genetica.

Forma autosomica dominante

In questo caso basta una copia alterata del gene per aumentare il rischio di malattia. Spesso una persona affetta ha un genitore con sintomi simili, anche se la gravità può essere molto diversa tra parenti.

Quando un genitore è portatore di una variante dominante e l’altro non lo è, il rischio teorico per ogni gravidanza è in genere del 50%. La percentuale va però interpretata con il genetista, perché penetranza ed espressività possono modificare il modo in cui la malattia si manifesta.

Forma autosomica recessiva

La malattia compare quando il bambino eredita una copia alterata dello stesso gene da entrambi i genitori. I genitori, nella maggior parte dei casi, sono portatori sani e non hanno sintomi evidenti.

Se entrambi sono portatori della stessa variante recessiva, per ogni gravidanza esiste un rischio del 25% di figlio affetto, del 50% di figlio portatore sano e del 25% di figlio che non eredita la variante. Questa modalità spiega perché la RP possa comparire in una famiglia senza precedenti casi conosciuti.

Forma legata al cromosoma X

Le varianti si trovano su un gene del cromosoma X. Nei maschi, che possiedono un solo cromosoma X, la malattia può manifestarsi in modo più marcato. Le donne portatrici possono non avere sintomi oppure presentare alterazioni retiniche di intensità variabile.

Il rischio dipende dal fatto che sia portatrice la madre o affetto il padre e dal gene specifico, spesso RPGR. Non è quindi corretto dire in modo generico che le forme legate all’X colpiscono soltanto gli uomini.

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Casi isolati e varianti nuove

In circa il 40-50% dei casi non sindromici una sola persona della famiglia risulta affetta. Talvolta la causa è una variante de novo, cioè comparsa per la prima volta nell’individuo, ma più spesso si tratta di una forma recessiva non riconosciuta nei genitori.

Quando la retinopatia fa parte di una sindrome

Non tutte le persone con RP hanno una malattia limitata agli occhi. In alcune forme sindromiche, la degenerazione della retina si accompagna ad alterazioni dell’udito, dell’equilibrio, dei reni, del metabolismo o dello sviluppo neurologico.

Un esempio importante è la sindrome di Usher, nella quale la retinite pigmentosa può associarsi a ipoacusia o sordità. Altri quadri, come le sindromi di Bardet-Biedl, Senior-Løken o Refsum, possono coinvolgere rispettivamente metabolismo, reni, sistema scheletrico o sistema nervoso.

Per questo, davanti a una diagnosi di RP, io non mi fermerei all’esame dell’occhio. Problemi uditivi, difficoltà di equilibrio, insufficienza renale, obesità iniziata precocemente o sintomi neurologici sono informazioni utili da riferire all’oculista e al genetista. Possono cambiare il percorso diagnostico e la sorveglianza degli altri organi.

La presenza di una sindrome non indica automaticamente una prognosi peggiore, ma rende ancora più importante una valutazione multidisciplinare. L’obiettivo è evitare che un segno extraoculare venga attribuito al caso o scoperto soltanto quando ha già creato complicazioni.

Come si verifica la causa della perdita visiva

Il percorso parte da una visita presso un centro esperto in distrofie retiniche ereditarie. L’esame del fondo oculare può mostrare alterazioni dell’epitelio pigmentato e dei vasi retinici, ma da solo non basta a stabilire quale gene sia coinvolto.

  1. Esame oftalmologico completo con pupilla dilatata per osservare retina e macula.
  2. Campo visivo per misurare la perdita della visione periferica.
  3. Elettroretinogramma, che registra la risposta elettrica della retina agli stimoli luminosi.
  4. OCT e autofluorescenza per valutare lo spessore, la struttura e la vitalità residua dei fotorecettori.
  5. Test genetico tramite pannello di geni, sequenziamento dell’esoma o altri test scelti dal laboratorio.
  6. Consulenza genetica per interpretare il risultato e stimare il rischio per i familiari.

Un test genetico positivo deve essere interpretato insieme alla visita. Non ogni variante trovata è realmente responsabile della malattia, e non ogni risultato negativo esclude una causa ereditaria. Il referto dovrebbe indicare se la variante è patogena, probabilmente patogena o di significato incerto.

Quando il quadro non è tipico, il medico può anche escludere retinopatie acquisite legate, per esempio, a farmaci, infezioni, traumi o altre malattie sistemiche. Sono situazioni meno comuni rispetto all’origine genetica, ma distinguerle è essenziale perché il trattamento e la prognosi possono essere diversi.

Cosa cambia per retina, macula e vita quotidiana

Conoscere il gene non permette sempre di prevedere con precisione l’evoluzione. Anche tra persone con la stessa variante possono esserci differenze nell’età di esordio e nella velocità di perdita visiva. Il gene offre una spiegazione importante, ma il quadro clinico resta individuale.

La retina periferica viene spesso colpita prima della macula. Di conseguenza, una persona può avere ancora una buona capacità di leggere al centro ma muoversi con difficoltà in ambienti bui o affollati. In altri casi prevale una forma cono-bastoncellare, nella quale la visione centrale e la sensibilità alla luce possono deteriorarsi prima.

La macula può inoltre sviluppare edema cistoide, cataratta o altre complicazioni che peggiorano la qualità della visione. Non tutto ciò che il paziente percepisce come “progressione della retinite pigmentosa” dipende direttamente dalla perdita dei fotorecettori: alcune complicanze sono trattabili e meritano una valutazione separata.

La gestione pratica comprende illuminazione uniforme, contrasti più elevati, ingrandimenti digitali, ausili ottici e riabilitazione visiva. A mio avviso, l’errore più comune è aspettare che la vista diventi molto limitata prima di chiedere aiuto. Iniziare presto permette di conservare autonomia e sicurezza, soprattutto negli spostamenti serali e nella lettura.

Oggi esiste anche una terapia genica autorizzata nell’Unione Europea per alcune distrofie retiniche dovute a mutazioni bialleliche di RPE65, ma è indicata solo in pazienti selezionati con cellule retiniche ancora sufficientemente vitali. Non è una cura universale per tutte le forme di RP, e proprio per questo la diagnosi molecolare può avere un valore concreto oltre a quello familiare.

La domanda più utile da portare alla visita genetica

La domanda non dovrebbe essere soltanto “da cosa dipende la retinite pigmentosa?”, ma anche “quale variante è stata identificata e cosa comporta per me e per la mia famiglia?”. Portare referti precedenti, informazioni sui parenti con problemi di vista, udito o reni e l’età di comparsa dei sintomi rende la valutazione più precisa.

La causa più probabile resta una variazione ereditaria che altera i fotorecettori, ma esistono diversi geni, modalità di trasmissione e forme sindromiche. Un percorso con specialista della retina, genetista e riabilitatore visivo aiuta a trasformare una diagnosi complessa in indicazioni pratiche e verificabili, senza false promesse e senza rinunciare alle opportunità offerte dalla ricerca.

Questo articolo ha carattere esclusivamente informativo ed educativo. Il materiale è stato elaborato con il supporto di moderni strumenti analitici e linguistici (IA). Prima di prendere una decisione, consulta un esperto.

Domande frequenti

La retinite pigmentosa può dipendere da varianti patogene in oltre 130 geni che regolano i fotorecettori. Tra quelli più frequentemente associati ci sono RHO, USH2A e RPGR. Una causa genetica identificabile viene trovata in circa il 50-80% dei casi.

La trasmissione può essere autosomica dominante, autosomica recessiva, legata al cromosoma X o, più raramente, digenica. Se un genitore ha una variante dominante, il rischio teorico per ogni gravidanza è in genere del 50%. Se entrambi i genitori sono portatori della stessa variante recessiva, il rischio è del 25% per un figlio affetto, del 50% per un portatore sano e del 25% per un figlio che non eredita la variante.

Il percorso può includere visita oftalmologica con pupilla dilatata, campo visivo, elettroretinogramma, OCT e autofluorescenza. Il test genetico, eseguito con un pannello di geni o altri metodi scelti dal laboratorio, aiuta a identificare la variante responsabile. Il risultato deve essere interpretato insieme alla visita e alla consulenza genetica.

La RP può associarsi a problemi di udito o equilibrio, alterazioni renali, disturbi metabolici o sintomi neurologici. La sindrome di Usher, per esempio, combina RP e ipoacusia o sordità; altre forme includono le sindromi di Bardet-Biedl, Senior-Løken e Refsum. Questi segnali vanno riferiti all’oculista e al genetista perché possono richiedere una valutazione multidisciplinare.

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Stella Rizzi

Stella Rizzi

Mi chiamo Stella Rizzi e dedico la mia attività a esplorare e comunicare il mondo della salute oculare e del benessere sensoriale integrato. Con sette anni di esperienza in questo campo, ho sviluppato un profondo interesse nel rendere accessibili concetti complessi, aiutando le persone a comprendere meglio come i nostri sensi, in particolare la vista, influenzino la nostra vita quotidiana. Il mio approccio si basa sulla ricerca accurata e sul confronto di informazioni per offrire contenuti chiari, utili e sempre aggiornati, con l'obiettivo di fornire una prospettiva concreta su come prendersi cura del proprio benessere visivo e sensoriale.

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